ritorno?

Posted: 26 novembre 2011 in poesie mie

Come un morto che torni da Acheronte
ricomincio daccapo o almeno provo.
Ne è passata di acqua sotto i ponti
mentre io non c’ero o chissà dove ero,
sotto quale altra mora, in quale vento.
Qui tutto il peggio che ho lasciato trovo:
in primis il fantasma di me stesso,
più scarno, e incattivito
e solo, come ogni buon deluso.
In giro relitti di esistenza, impronte,
scorie sotto centimetri di polvere.
Le guardo come un albero le foglie
che gli stavano folte strette ai rami
allacciandolo al cielo
e gli stanno all’intorno sfatte al suolo.

Perché mai tutti – tutti noi, uomini e donne, ma soprattutto gli uomini – siamo pronti ad affontare gli scacchi e le ripulse della realtà, ripulse sempre più frequenti col passare del tempo, ogni volta più umilianti, eppure continuiamo a provarci? La risposta è: perché non sappiamo stare senza la cosa vera; perché senza la cosa vera è come se morissimo di sete.

J.M Coetzee, Diario di un anno difficile, Einaudi 2009.

La "cosa vera", aggiungo in nota, tanto per contestualizzare la citazione, è l'amore: non quello solitario e tutto mentale di chi si arrangia da sé non avendo compagna, ma quello a due. Corporale.

Festa della Donna

Posted: 8 marzo 2010 in poesie mie

“Sono sudata come una cavalla”,
disse la donzelletta tamponando
col fazzoletto le gote arrossate
e il fesso nello scollo tra le tette.
Fu al ballo per la Festa della Donna,
l’otto marzo del settantasette,
là, nel natale mio borgo selvaggio
tra la montagna e il mare.
Ebbe da quella data inizio il corso
base da cavallerizzo, ovverosia,
per parlare da poeta e letterato,
l’educazione mia sentimentale,
e il fatale servaggio.

understatement

Posted: 4 marzo 2010 in storie corte

I miei genitori mi appresero a tacere l’essenziale.
Mio padre mi stava sempre addosso coi suoi occhi grigi. Si aspettava molto da me. Non so cosa, ma certo cose grandi. Mi fissava come attendendo il tempo di più veri discorsi, di rivelazioni sulla vita, forse. “Io e te dobbiamo parlare, una volta”, diceva.
Mai detto nulla. Aveva fatto la guerra. Ma l’unica parola che gli ho sentito pronunciare a quel proposito fu solo: “Fango”. Sintetica, certo. Evocativa. Ma a me è sempre parso un po’ poco.
Mia madre per tutta la vita, fin da ragazza, aveva tenuto un suo diario. Ci scriveva spesso, quando non cucinava o riordinava la casa. Poi, un bel giorno, già anziana, mio padre morto da anni, se ne uscì col dire, come parlasse del tempo o dei carciofi che stava sfogliando: “L’ho distrutto, sai, il mio diario”. Non le feci domande. Né se le aspettava. La sua era stata solo una comunicazione di servizio.
Fra loro erano in disaccordo: questo era chiaro. Senza scene, ma era chiaro. Non avevano nulla in comune in effetti. Non si parlavano altro che per le minime comunicazioni quotidiane. Lei devota, timorata, mite e testarda insieme. Lui sempre scuro, a ruminare pensieri e a non dirli.  Fumava, ascoltava musica d’opera, usciva a dipingere, in barca, sul lago. Sospettavo, ero certo anzi, che non avessero fatto l’amore che la volta in cui fui concepito. Più o meno.
L’unico loro accordo era quello di restare insieme finché non fossi cresciuto.
Quando ebbi 18 anni, infatti, mia madre, se ne andò. Secondo il programma, puntuale. Tornò al suo paese, da una sorella. Ricordo che io da stupido, credendo di farmelo amico, di esprimergli solidarietà, la sera  in cui lei se ne era andata, tornai con una bottiglia di spumante per brindare con lui alla nostra virile e libera convivenza di scapoli.
Mi diede un ceffone. L’unico della sua vita. Parole niente.
Solo da adulto, dopo che lui era morto, ho saputo da parenti lontani, che aveva per tutta la vita avuto un’amante. Non ne aveva mai fatto mistero di fronte agli altri. Ma a casa io, bambino e poi ragazzo e uomo, non ne avevo mai sentito volare parola. Non avevo fiutato nulla.
Presto lui si ammalò. Mia madre, senza una parola, come fosse del tutto naturale, tornò per assisterlo in quei pochi mesi che resistette prima di morire.
Non so altro di loro.
Solo una volta mia madre  ebbe all’improvviso voglia di parlare. Mi raccontò come si erano conosciuti. Di un cerino che lui aveva acceso e di una frase scherzosa che le aveva detto, per corteggiarla, quando lei aveva soffiato su quella fiammella.  Me lo raccontò un pomeriggio, dal suo letto in ospedale, dove si era appena ripresa da una crisi cardiaca. Pareva lieta, illuminata da quella memoria. La sera perse conoscenza. All’alba era morta.
Non ho fratelli. Non ho figli. La memoria della mia famiglia, se così posso chiamarla, si estinguerà in me, come quel cerino.

a futura memoria

Posted: 15 gennaio 2010 in poesie mie

Torno, e andando di corsa a fare spesa,
la intravedo all’uscita che dirige
l’evacuazione del carrello
nel bagagliaio infelice del poeta.
Aveva un berrettone color fiamma
a coronare il mantello regale.
Mi ha visto, credo. Io certo l’ho mirata.
Lui era di spalle, ingolfato
testa e schiena nelle fauci spalancate,
apprendista del rischio, tuttofare.
Nessun palpito. A mio scorno registro
il sapore maligno della pena.

quartine di fine d’anno

Posted: 30 dicembre 2009 in poesie mie
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Quella s’è innamorata di un poeta.
Sarà per questo che io, coglione, scrivo.
Per invidia miseria e emulazione,
sono poeta anch’io. Cosa volete?

Fosse stato, per caso, un puttaniere,
un ladro, un farabutto, un mascalzone,
avrei rubato anch’io galline e uova,
e scassato le alcove del quartiere.

Tutto si può imparare andando a scuola.
Alfieri si legava alla sua sedia
e coi calli sul culo e l’esercizio
si conquise alla fine un po’ di gloria.

Ma cornuti si nasce, non c’è verso:
non occorre lo studio nè l’amore,
l’esercizio è tutto tempo perso:
è genio che ci vuole e vocazione.

riflessione

Posted: 26 dicembre 2009 in poesie mie

Perché cazzo ti sei messo a scrivere,
se poi non ti riesce di pescare
la sola parola che conta
quella che ti è sgusciata dalla maglia,
il talento che affonda nella sabbia?

bontà natalizie

Posted: 24 dicembre 2009 in quello che passa per la testa
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Preparava la crema inglese da mangiare con il panettone a Natale, Quella.
Non che fosse il meglio della vita, ma riceveva molti complimenti ogni volta, e ogni volta faceva la ruota, diffondendosi a dire come la preparava – lei sola secondo la ricetta vera – col pentolino di rame e questo e quello. Una rarità d’alta cucina. Pareva che tutto il pranzo di Natale, preparato da cima a fondo dalla cognata casalinga, fosse suo merito esclusivo.
Ci ho provato anch’io a fare la crema inglese nei giorni scorsi. Ho buttato via più di una dozzina di uova, ma alla fine mi è riuscita. Poi non sapevo che farne. Col panettone non mi va. L’ho accompagnata con i mostaccioli di mia cugina Lucia, che ogni anno me ne fa dono nel suo giorno. Niente male. Mi sono preso i complimenti di ben cinque commensali su sei. Il sesto ero io, per chiarire.
Quasi quasi a Natale potrei farne omaggio a Quella, così si risparmia la fatica con i nuovi parenti.
Ma chi se ne importa, alla fine? A Natale bisogna essere buoni.

A proposito: auguri a tutti voi che mi avete accompagnato in queste settimane.

déjà vu

Posted: 17 dicembre 2009 in poesie mie

Due giorni che si gela.
È primo inverno, giusto,
in cielo splende Orione,
tempo di neve e borea.
Va bene, abbiamo visto.
Basta ora.
Passiamo all’estate.

prossemica

Posted: 15 dicembre 2009 in quello che passa per la testa

Tra i vari momenti comici di A serious man c’è la figura dell’amante della moglie: uno che essenzialmente occupa spazio, con la sua stazza abbondante e con la volontà di espellere dal letto e dalla casa il disgraziato Larry, il mite cornuto. Fa parte della sua sgradevolezza e dell’effetto comico il suo voler stare addosso, toccare, abbracciare, soffocare l’infelice vittima.
Ma tutti i membri della famiglia, se ben si guarda, si stanno addosso in qualche modo.

Una prossemica che spesso si nota anche nei film di Allen e nei romanzi di autori ebrei: Oz, per esempio, o Grossman.
Mogli e mariti, e figli e amici, non fanno che stare insieme: e discutono continuamente, e leggono, e cucinano, tutti sempre nella stessa stanza, tutti coi pensieri dentro quelli dell’altro, intrecciati, come in una sorta di prigionia reciproca.
Mi chiedo se non sia una caratteristica di quel popolo. Una loro eredità. Quasi che la secolare restrizione nei ghetti, la vita nei nascondigli, come quello della famiglia Frank per esempio, li avesse plasmati creando in loro una seconda natura.
Anche lo stato d’Israele, assediato, asserragliato com’è, incarna a suo modo qualcosa del genere: l’incubo di un’espulsione, di una invasione, li fa vivere il proprio paese come un ghetto minacciato.
O sto esagerando?