I miei genitori mi appresero a tacere l’essenziale.
Mio padre mi stava sempre addosso coi suoi occhi grigi. Si aspettava molto da me. Non so cosa, ma certo cose grandi. Mi fissava come attendendo il tempo di più veri discorsi, di rivelazioni sulla vita, forse. “Io e te dobbiamo parlare, una volta”, diceva.
Mai detto nulla. Aveva fatto la guerra. Ma l’unica parola che gli ho sentito pronunciare a quel proposito fu solo: “Fango”. Sintetica, certo. Evocativa. Ma a me è sempre parso un po’ poco.
Mia madre per tutta la vita, fin da ragazza, aveva tenuto un suo diario. Ci scriveva spesso, quando non cucinava o riordinava la casa. Poi, un bel giorno, già anziana, mio padre morto da anni, se ne uscì col dire, come parlasse del tempo o dei carciofi che stava sfogliando: “L’ho distrutto, sai, il mio diario”. Non le feci domande. Né se le aspettava. La sua era stata solo una comunicazione di servizio.
Fra loro erano in disaccordo: questo era chiaro. Senza scene, ma era chiaro. Non avevano nulla in comune in effetti. Non si parlavano altro che per le minime comunicazioni quotidiane. Lei devota, timorata, mite e testarda insieme. Lui sempre scuro, a ruminare pensieri e a non dirli. Fumava, ascoltava musica d’opera, usciva a dipingere, in barca, sul lago. Sospettavo, ero certo anzi, che non avessero fatto l’amore che la volta in cui fui concepito. Più o meno.
L’unico loro accordo era quello di restare insieme finché non fossi cresciuto.
Quando ebbi 18 anni, infatti, mia madre, se ne andò. Secondo il programma, puntuale. Tornò al suo paese, da una sorella. Ricordo che io da stupido, credendo di farmelo amico, di esprimergli solidarietà, la sera in cui lei se ne era andata, tornai con una bottiglia di spumante per brindare con lui alla nostra virile e libera convivenza di scapoli.
Mi diede un ceffone. L’unico della sua vita. Parole niente.
Solo da adulto, dopo che lui era morto, ho saputo da parenti lontani, che aveva per tutta la vita avuto un’amante. Non ne aveva mai fatto mistero di fronte agli altri. Ma a casa io, bambino e poi ragazzo e uomo, non ne avevo mai sentito volare parola. Non avevo fiutato nulla.
Presto lui si ammalò. Mia madre, senza una parola, come fosse del tutto naturale, tornò per assisterlo in quei pochi mesi che resistette prima di morire.
Non so altro di loro.
Solo una volta mia madre ebbe all’improvviso voglia di parlare. Mi raccontò come si erano conosciuti. Di un cerino che lui aveva acceso e di una frase scherzosa che le aveva detto, per corteggiarla, quando lei aveva soffiato su quella fiammella. Me lo raccontò un pomeriggio, dal suo letto in ospedale, dove si era appena ripresa da una crisi cardiaca. Pareva lieta, illuminata da quella memoria. La sera perse conoscenza. All’alba era morta.
Non ho fratelli. Non ho figli. La memoria della mia famiglia, se così posso chiamarla, si estinguerà in me, come quel cerino.
Commenti

crudo ed essenziale. il tipo di Letteratura che ti strappa al resto del mondo. materiale raro.
E' la letteratura a imitare la vita, ne sono sempre stato convinto. Come diceva Eduardo del teatro: suprema verità, suprema finzione. Un saluto
Concordo pienamente con i due commenti di Maurizio e giosannino, infatti le mie prime riflessioni sono state molto simili. Poi ho continuato a pensare,sembra uno scritto autobiografico. In questo caso si entrerebbe in una sfera personale, in cui nessuno avrebbe il diritto di dare giudizi sui comportamenti e vissuto delle persone che appaiono in questo racconto.
Però immagino questa donna e questa madre, silenziosa che annotava in un diario i suoi sentimenti le sue impressioni, ne vedo una grande signora, capace di soffrire in silenzio per salvaguardare la facciata esteriore della famiglia, per salvare il figlio da scenate degradanti e devastanti per la sua sensibilità. Senza tuttavia immaginare che questi tutto percepiva ed assorbiva, all'apparenza tutto sembrava in ordine, composto, ma era solo un velo che ricopriva un caos esistenziale.
Il padre un pittore, con un'amante. Probabilmente un uomo educato rigidamente, in una realtà cruda , fatta anche di privazioni in molti casi, sicuramente parliamo dei tempi della guerra e subito dopo. Bisognava ricostruire, ritrovare un'identità, non c'era spazio per i sentimentalismi. Però questo padre in fondo rispettava questa donna, pur tradendola, rispettava il suo dolore, lo dimostra quando dà un ceffone al figlio, che per mascherare tutta la sua tristezza entra con una bottiglia di spumante, egli voleva fare il grande, attirare quell'attenzione che sentiva da sempre mancargli.
Questo figlio dovrebbe fare pace con questi suoi genitori. Egli racconta la loro storia con dolore, ma anche con estrema sensibilità. Si percepisce chiaramente che gli hanno trasmesso amore per la lettura, per la bellezza, per la conoscenza. Credo che costoro abbiano fatto del loro meglio, ma il meglio per un figlio a volte non è mai abbastanza. In fondo penso che in primis, non sia stato insegnato loro ad amare. Hanno amato come hanno potuto. Se i figli sapessero perdonare a volte!
Biografico sì, Alessandra. Non autobiografico. Mia mamma per fortuna ancora è in vita, e mio padre me lo darebbe lui un ceffone, se fosse vivo, a vedersi spubblicato così con l'amante e la mutria.
Il personaggio di cui mi sono appropriato non ce l'ha con i genitori, per come lo vedo io. Forse ce l'ha con se stesso, per non aver fatto domande quando era in tempo, per non aver visto né capito. Per non avere fatto dei figli.
La letteratura e la vita, NM: si rincorrono e sorpassano l'una con l'altra. A volte è l'una a dare forma all'altra, altre viceversa. Tu le sai meglio di me queste cose, però.
Grazie degli elogi, Giosannino.
Mi piace molto. La figura del padre soprattutto, con quel "Io e te dobbiamo parlare, una volta", e quel ceffone.
Infine, pure in tanto non detto e nell'amarezza, c'era in questa famiglia un insegnamento di amore, a me pare.
questa è una cosa che non scorderò mai. si scordano tante cose che si leggono, e forse è un bene, c'è una selezione naturale anche per le parole. ma questo racconto, con questa lievità e purezza, non lo scorderò.
bravo.
C'era un insegnamento, se non d'amore, di rispetto in quel ceffone. È vero, NsQ.
Un tuo elogio mi fa felice: è un premio. Grazie, gentilissima Harveyz.
Cominci a leggere, e vai avanti, vuoi sapere che succede. Forse perchè in qualche successione di parole ti ritrovi…o forse solo curiosità.
scritto benissimo. ed anche molto bello.