Sono stato al cinema ieri. Da solo. Ho ritrovato il gusto di andarci da solo, al primo spettacolo, quando la sala è quasi vuota e non c’è il puzzo dei popcorn. Anche Quella li odiava i popcorn. Ma non capiva la mia voglia d’essere solo. Lei voleva far commenti, stringermi il braccio, ridere sonoramente, darmi persino baci nell’orecchio. Ora certamente lo fa con quell’altro. Tale e quale. Me la vedo. La so a memoria, io, Quella.
Ho visto A serious man, l’ultimo film dei fratelli Coen. Uno dei più belli.
La storia si svolge in ambiente ebraico, in una cittadina del Minnesota, negli anni Sessanta. Lui si chiama Larry ed è un professore di fisica. Un povero Giobbe, cui un bel giorno tutto comincia ad andare storto. Senza che se lo aspetti, la moglie gli annunzia che vuole divorziare perchè ha un amante: un pomposo, un odioso personaggio che occupa un sacco di spazio e che vuole anche convincerlo che tutto va bene così.
Fin qui sembra una caricatura della mia storia. Nella sua però i guai continuano a piovere di brutto e, quanto più sono angosciosi per lui, tanto più, genialità dei Coen, sono esilaranti per lo spettatore. Uno studente lo ricatta dopo aver cercato di corromperlo per passare un esame. Un vicino di casa nazistoide gli occupa parte del giardino. La sua carriera universitaria rischia di andarsene a puttane. Per di più, c’è anche a suo carico un triste fratello sbilenco di mente, che riempie un quadernuccio di fittissime formule matematiche prive di senso e che finisce anche col mettersi nei guai. Il povero Giobbe si rivolge a vari rabbini per ricevere aiuto dal patrimonio di saggezza accumulato nella tradizione del suo popolo. Ma i rabbini rispondono con apologhi enigmatici, da cui lui non riesce a ricavare niente. Proprio come succedeva al vecchio Giobbe della Bibbia.
La tradizione religiosa così come la scienza più avanzata, se ne conclude, sono tutte e due incapaci di offrire un minimo senso alla vita e al suo male.
La grande lavagna, che Larry durante le sue lezioni ha riempito delle formule della fisica quantistica, non è alla fine una cabala meno penosamente futile delle pagine ossessive del libriccino del fratello handicappato. L’ultimo rabbino dalla candida barba, distante e inavvicinabile quasi quanto il Padreterno, esce a dire che alla fine "la verità è una bugia, e allora la speranza fugge da te". Tanto vale, in attesa dell’uragano o del male incurabile, del Leviatano che travolgerà ogni interrogativo, stordirsi al ritmo dei Jefferson Airplane.
Grande film, divertente e cupissimo. Da rivedere. Da ripensarci su.
